Cultura a Pinerolo? Parliamone ancora

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Vita diocesana pinerolese

Cultura a Pinerolo? Parliamone ancora

Come noto le mie prese di posizione sulla gestione culturale degli enti pubblici in generale sono raramente in linea con il pensiero condiviso da altri operatori e presidenti di associazioni. Per questa ragione intervengo a titolo squisitamente personale, mettendoci, come si dice, la faccia.

In vista dell’importante convegno che si svolgerà a Pinerolo il 30 settembre 2017 su iniziativa dell’Ufficio pastorale sociale e del lavoro della Diocesi, e del quale riporto la locandina, invitando gli assessori alla cultura del territorio (di tutto il territorio) a partecipare, tre temi risultano di attualità e, in qualche modo, insisteranno sul tavolo dei relatori. Sicuramente negli appunti del sottoscritto. Li affronto per ordine di importanza.

La nuova legge quadro della cultura della Regione Piemonte

L’assessore regionale alla cultura, Antonella Parigi, nei confronti della quale notoriamente non ho mai esternato particolare stima, sia beninteso non per una questione di parte politica, ha partorito dopo un lungo lavoro il disegno di legge che dovrebbe portare la Regione Piemonte a un nuovo assetto delle politiche culturali e di sostegno in generale al settore.

Il testo completo lo potete leggere comodamente in un articolo di Gabriele Ferraris, ovviamente linkato per vostra comodità. È lunghetto, ma se siete addetti ai lavori non potete non sciropparvelo da cima a fondo. Rispetto alla sicumera che ha contraddistinto in passato la creatrice del carrozzone più farlocco e costoso che si potesse immaginare, quel Circolo dei Lettori che considero una bocciofila per fighetti attempati, l’assessore Antonella Parigi ha compiuto molti passi avanti. Non quanti sostiene Gabriele Ferraris, tanto suo sostenitore quanto acerrimo nemico dell’assessore torinese Leon e del sindaco Appendino, ma notevoli.

La partecipazione, innanzitutto, anche se mediata dal solito gruppetto di amici autoreferenziati, ha permesso di realizzare lo scorso anno gli Stati generali della cultura, dove qualche sassolino dalle scarpe i veri operatori della cultura, quelli che i conti sanno farli quadrare e cultura vera ne producono, hanno potuto toglierselo. La partecipazione, per quanto scomoda, è un caposaldo del quale la Regione pare volersi finalmente farsi carico. Non ci aspettiamo che per partecipare gli invitati debbano dimostrare di saper leggere e scrivere, altrimenti il gruppetto di amici autoreferenziati non potrebbe intervenire, ma almeno non saranno le uniche voci a dettare legge. Si spera.

La programmazione, basata su un piano triennale, dovrebbe aiutare il territorio a uscire dalle logiche dell’emergenza che hanno caratterizzato le recenti vicende legate al Salone del Libro e al taglio delle risorse. Programmazione che, a quanto si legge nel disegno di legge, dovrebbe investire anche il delicato capitolo delle strutture da ammodernare o semplicemente rendere fruibili. E qui arriviamo alle questioni del territorio pinerolese, delle quali parleremo più avanti. È chiaro che gli operatori culturali, per poter sviluppare programmi e iniziative di qualità, non possano vivere alla giornata, basandosi sull’aleatorietà degli spazi e delle risorse economiche disponibili di anno in anno, sia per quanto riguarda l’ente pubblico sia per quanto riguarda le Fondazioni.

La collaborazione di sistema deve altresì diventare un metodo imprescindibile di lavoro in campo culturale. Fare sistema fra pubbliche amministrazioni in un territorio omogeneo significa concordare le programmazioni delle iniziative. Che nel terzo millennio si pensi ancora che uno spettacolo, una fiera del libro, una manifestazione abbiano come bacino di utenza privilegiato il territorio di un singolo Comune rivela una concezione piuttosto arcaica. I flussi di fruizione delle iniziative culturali coinvolgono non solo le aree circostanti, ma possono diventare occasione di promozione turistica ed economica. Mi soffermo appena, a questo proposito, sul progetto Terre d’Acaia, al quale il Centro Studi Silvio Pelico lavora da oltre tre anni, con esiti alterni, e purtroppo con il sostegno di alcune amministrazioni soltanto, fra le quali non brilla affatto per capacità e volontà quella della Città di Pinerolo e in particolare dell’assessore Francesca Costarelli, che ha preferito impiegare risorse pubbliche per un’iniziativa separata e già moribonda piuttosto che sostenere, a costo zero per i contribuenti, un’iniziativa di più ampio respiro. Vicenda per la quale rimando alle considerazioni precedenti relative al “gruppetto di amici autoreferenziati”.

Pinerolo 1 – La bulimia di spazi inutilizzati

Pur non essendo in sintonia con un vecchio settimanale locale del territorio, generalmente intento al pettegolezzo piuttosto che al giornalismo, devo ammettere obtorto collo che l’editoriale di Paola Molino, comparso su questa testata il 20 settembre, affronta con lucidità e chiarezza il desolante quadro del dibattito culturale in atto nella Città di riferimento delle Terre d’Acaia. Le amministrazioni precedenti e, in qualche modo, anche l’attuale, hanno sempre annunciato con orgoglio le acquisizioni, o meglio le donazioni pelose, di vecchi edifici da destinare, con tanto di vincolo, alla cultura. Le associazioni si sono scapicollate per la primogenitura sulle idee per utilizzare Palazzo Vittone, da trent’anni in attesa di fondi che non arriveranno mai, la Caserma Bochard, per la quale sono stati organizzati convegni, congressi, votazioni, visite guidate e quant’altro senza naturalmente trovare il becco d’un quattrino, ora Palazzo detto degli Acaia, che sta lentamente ma inesorabilmente crollando malgrado l’intervento urgente di tamponamento. Se nel mucchio aggiungiamo, citando a caso, il Türck, in attesa del prossimo incendio, l’ex Tribunale, in attesa che la struttura, attualmente funzionale, inizi a degradarsi nell’abbandono, l’ex Municipio di Abbadia Alpina, oggetto di una battaglia meno popolare per salvarlo dall’abbattimento, abbiamo una quantità di edifici da fare impazzire di piacere gli architetti. Peccato che, sulla base delle scarse risorse disponibili, ma soprattutto delle miopi visioni amministrative, non ci sia la benché minima idea di cosa farne.

Intanto i Musei Civici languono in sedi che definire fatiscenti appare un eufemismo. Tempo fa azzardai la proposta all’assessore Martino Laurenti di prendere una mazza da baseball e, sotto minaccia fisica, imporre ai direttori dei musei di fare squadra, deportandoli tutti insieme in un’unica sede, adeguata allo scopo. Magari una sede dove i visitatori, sul modello francese, potessero trascorrere più ore, passando da un museo all’altro, con un unico biglietto (sì, un biglietto, perché la cultura, se di qualità, deve essere pagata), trovare ristoro, svolgere attività didattiche al sicuro e con adeguati supporti multimediali condivisi. La resistenza dei protagonisti resta forte, come ha sottolineato Paola Molino, e ciascuno preferisce sedere su un personale trono coperto di ragnatele che tentare una minima collaborazione. L’autorevolezza dell’amministrazione, in compenso, resta debole, come fu debole quella precedente che preferì lasciarsi scappare una convenzione con l’Università di Torino per inseguire il sogno infranto della Scuola infermieri al fine di non dispiacere un ente privato che continua a succhiare energie alla Città.

Pinerolo 2 – Misurarsi con i risultati e non con le risorse

È di oggi la polemica sollevata da un’associazione di respiro locale, Pensieri in Piazza, che annuncia la sospensione delle proprie attività per il taglio dei fondi ad essa destinati da parte dell’assessore Martino Laurenti. Non entro nel merito della vicenda, e mi limito a dare atto all’associazione di aver realizzato diverse iniziative nel territorio comunale, per buona parte legate alla presentazione di libri, e all’assessore di aver puntualizzato che la risorse messe a disposizione erano note in precedenza.

Eppure ci sono altre associazioni che di iniziative ne hanno realizzate altrettante, anche presentando libri, e di fondi non hanno avuto bisogno. Basti pensare al Percorso letterario De Amicis, bellissima idea scaturita dal cervello movimentista di Maurizio Trombotto e dal lavoro frenetico dei volontari di Italia Nostra. Oltre ottanta persone si sono presentate, in un pomeriggio domenicale, sul sagrato della Basilica di San Maurizio, versando felici un’offerta di 5 euro per partecipare. Non saranno milioni, e certo non bastano per restaurare Palazzo degli Acaja, ma hanno permesso a Italia Nostra di aprire la Chiesa di Santa Chiara e allestire una pregevole mostra.  Se parliamo di volontariato, volontariato sia. E nello stesso giorno, il Centro Studi Silvio Pellico ha presentato la nuova edizione di Alle porte d’Italia, riuscendo persino a venderne diverse copie, senza per questo chiedere all’amministrazione comunale un contributo. Anzi, versando a sua volta un contributo a un’altra associazione.

Non è una questione secondaria, in quanto…

La cultura è un’attività economica.

Inorridisco ogni qual volta un relatore, generalmente un assessore intento a difendere la propria fettina di bilancio pubblico, starnazza sulle “ricadute” degli investimenti in campo culturale. Al tempo di Gianni Oliva, la tesi era che ogni euro speso dall’ente pubblico portasse a un ritorno economico di sette euro. I sette euro non si sono mai visti, ma in compenso, per tenere in piedi la dorata e un poco lussuriosa poltrona di Rolando Picchioni, gli euro di ricaduta erano diventati diciassette, secondo il celebre matematico Michele Coppola. Come sia andata a finire con il Salone del Libro lo sappiamo tutti. E per fortuna ci è arrivata anche la magistratura, con qualche annetto di ritardo, che è costato milioni ai contribuenti.

Al coro degli assessorini si unisce naturalmente quello dei presidentini di associazioncine. Una pletora di mendicanti del contributo che nel nome del diritto universale alla cultura allungano la manina per elemosinare qualche centinaio o migliaio di euro da destinare a iniziative lodevolissime quanto intimissime: dibattiti sull’aria cotta a micro-onde, presentazioni di best seller per otto lettori, conferenze in lingua swahili medievale per ascoltatori groenlandesi.

Anche il pane è un diritto universale, eppure non mi risulta che i panettieri di Pinerolo e dei Comuni limitrofi annuncino di sospendere la produzione di pagnotte per colpa dei tagli dei contributi da parte delle amministrazioni pubbliche. Le biove le vendono, magari facendosi una sana concorrenza sulla qualità del prodotto, e, se sono panettieri con una coscienza e un senso di solidarietà nei confronti dei poveri, alla sera regalano il pane avanzato ai bisognosi piuttosto che gettarlo. Se il loro pane è scadente, probabilmente cambieranno attività, cedendo il passo a fornai più abili e preparati.

La cultura deve essere considerata un’attività economica e come tale deve misurarsi con il mercato. Non è vero, è una bugia spacciata da artisti alternativi di vetusta formazione bolscevica, che il pubblico non sia in grado di scegliere e che senza contributi pubblici non sia possibile proporre opere o allestimenti di qualità. Personalmente opero nell’editoria da decenni e il quadro delle produzione libraria dimostra che a patire la crisi, pur evidente, del settore, non sono gli editori di qualità e di contenuto, ma i produttori di non-book, di raccolte di fotografie di gattini e di ricette scopiazzate malamente. Le ingenti risorse finanziarie che ogni anno il Centro Studi Silvio Pellico destina alla produzione di libri per ipovedenti derivano dagli avanzi di gestione derivanti dalla vendita di opere culturalmente impegnative di saggistica universitaria. Il pubblico è perfettamente in grado di scegliere la qualità e la premia.

Le conferenze di elevato contenuto, gli spettacoli di apprezzabile allestimento, ottengono pubblico e dal pubblico ottengono risorse, se l’associazione che li promuove ha sufficiente capacità manageriale. Volontariato non significa approssimazione. Significa impegno della volontà e della capacità. Se mancano volontà e capacità, non saranno i quattrini regalati a pioggia a elevare le proposte.

Il sostegno pubblico deve facilitare, non finanziare.

Facilitare e sostenere le attività culturali è piuttosto facile e richiede scarse risorse. Qualche volta basterebbe un semplice atto amministrativo che, superando le logiche formali, vada a operare sulla sostanza dei bilanci. Torniamo al Comune di Pinerolo, dove un’associazione che voglia proporre un’iniziativa culturale deve, a tutt’oggi, corrispondere il diritto di affissione per le locandine e, se l’iniziativa si svolge negli spazi pubblici, corrispondere l’occupazione del suolo. Se l’iniziativa necessita di spazi coperti, dovrà anche pagare l’affitto di sale e teatri, anche se a prezzo di favore.

Naturalmente gli incassi sono virtuali, perché le associazioni prive di risorse ben si guarderanno dal diffondere locandine o affittare spazi, mentre quelle strutturate come il nostro Centro Studi utilizzeranno preferibilmente spazi di qualità di altri enti, magari Fondazioni private, e non saloni fatiscenti, o promuoveranno le proprie iniziative attraverso testate di ampia diffusione e non locandine affisse in qualche vetrina di un centro storico in decadenza. Il Comune, alla fine, non incassa nulla. In compenso scoraggia. Cambiare prospettiva non comporterebbe alcun costo per l’amministrazione, nessun mancato incasso.

Un cambio radicale di visione si impone. Perché governare con onestà è sicuramente indispensabile, ma usare anche il cervello è essenziale.

Ci vediamo, se ritenete di partecipare, il 30 settembre 2017.

In calce aggiungo l’articolo del settimanale IL MONVISO che ha ripreso in un ampio articolo più generale alcuni passaggi di questo intervento:


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